QUANDO PROTESTARE SIGNIFICAVA METTERE A RISCHIO LA PROPRIA VITA. ALTRO CHE LE PROTESTE SOCIAL DI OGGI…

Cambiano i tempi. Che siano in meglio o in peggio, le forme di protesta, nell’epoca dei social, hanno assunto forme astratte, alimentate dalla pigrizia e azionate con un semplice “clic” sulla tastiera. Si inaugurano gruppi su Facebook per protestare contro questo o quel decreto, si pubblicano “story” su Instagram per dare voce, comodamente seduti tra le calde mura di casa, ai propri dissensi. Ci si improvvisa rivoluzionari o reazionari solamente postando una foto su un social qualunque. E poi c’è chi intona parodie di canzoni partigiane per concretizzare la propria forma di protesta.

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In passato c’era chi lottava per una giusta causa mettendo a rischio la propria vita. Come Cesar Chavez, un sindacalista ed attivista statunitense che dedicò la sua esistenza alla difesa dei diritti dei braccianti agricoli di origine ispanica. Il 12 maggio 1972, iniziò il suo secondo lungo digiuno pubblico chiamato “Fast for Justice”, a Phoenix, dopo che l’Arizona aveva approvato una legge che sostanzialmente vietava il diritto dei lavoratori agricoli di organizzarsi nel loro stato nativo. Quel giorno, Coretta Scott King, vedova del Dr. Martin Luther King Jr., si unì a Cesar cantando la celebre “We Shall Overcom” al Santa Rita Center di Phoenix.

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